Il linguaggio della forma del secondo dopoguerra

L’OPERA HOUSE DI JØRN UTZON

Introduzione

Forma e funzione, Paesaggio e materialità, Simbolo e monumento, Uomo e natura, sono i temi affrontati a partire dal XX secolo.

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Negli anni Cinquanta non è sufficiente il solo interesse per la rinascita delle città, ma è necessario il riconoscimento di essa nel mondo. L’architettura diventa così il primo mezzo di comunicazione di bisogni emergenti, e diventa umana [1].

La costruzione dell’architettura, tanto decantata nei decenni precedenti e posta al centro di un dibattito sociale, stravolge le tendenze meccaniche e diventa ormai il solo effetto generato da una causa morale: la città ha bisogno di riscoprire una propria identità, di cambiare il proprio prospetto e la percezione che dall’esterno si ha di essa; ha la necessità crescente di essere identificata nel mondo. Il paesaggio che la costituisce, che si fonde con l’architettura stessa, è il soggetto di una nuova storia narrata in luoghi della città che hanno bisogno di essere messi in discussione. L’architettura è tanto legata alla città e la città ad essa, in modo da creare un sistema unitario.

La ricostruzione interessa così anche luoghi di interconnessione, aree – stabilimenti industriali, porti, autostrade – che legano le funzioni attraverso una nuova forma di espressione.

Il progetto

“Comprendere l’ispirazione che si trova nelle infinite forme di espressione; lavorare basandosi sulle proprie mani, sui propri occhi, piedi, stomaco e sui propri movimenti, e non sulle norme e regole statistiche create in accordo con molti – caso per caso – è il modo di fare una varia e umana architettura.”

Jørn Utzon

“Fare una varia e umana architettura” vuol dire definire un progetto il cui metodo risulta sperimentale e al contempo innovativo. L’architetto danese Jørn Utzon è il precursore di quest’azione che ha trovato massimo risultato nell’Opera House di Sidney. In un contesto in cui susseguono processi industriali, formali e funzionali, l’Opera è il simbolo di un’architettura “puramente formale” in cui le nuove relazioni tra uomo-natura e città-paesaggio, definiscono moderni spazi di interconnessione e acquisiscono un significato totale.

Una idea è legata a una forma che diventa uno schizzo trasformato in materia, icona e simbolo – per l’appunto – di una città e, ancor più, dell’enorme Sydney Harbour Bridge. Esperto di barche e soprattutto della costruzione di queste (il padre era architetto navale), Utzon si appassiona fin da subito alla ricerca della materialità di un progetto, considerata la soluzione ai problemi dell’architettura del XX secolo.

Cresce e si forma lavorando con aziende manifatturiere che plasmano il desiderio – come lui stesso definisce – di costruire superfici vive, donare ad esse il dinamismo contrastante all’uniformità della produzione meccanica.

Il tetto dell’Opera House di Sidney è un ammasso armonico di barche a vela, disegnato coi primi processori “tecnologici” che generano forme e riducono l’errore umano della costruzione. È uno dei primi edifici ricoperto interamente da piastrelle prefabbricate e trasportate dalla Svezia, la cui geometria è stata perfettamente studiata sulla base di una sfera che avesse un unico raggio per tutte le vele.

Tutto è partito, dunque, da una forma, ricercata, studiata, plasmata, smembrata, svuotata e riempita: una forma che ha un nuovo linguaggio, una nuova interpretazione che diventa essa stessa la funzione di un’architettura costruita, il mezzo o lo strumento necessario per raccontare una storia di un’area, di un luogo, di uno spazio, di una città.

L’ingresso dell’Opera House si apre su due lati, come l’opera stessa apre la città al mondo. Nonostante la pianificazione (1959), la scelta di un metodo e l’individuazione di un processo, Utzon non ha partecipato alla chiusura del cantiere poiché è stato allontanato dall’area. Dopo il battesimo della Regina Elisabetta nel 1973, oggi alcune parti non corrispondono ai suoi disegni iniziali.

L’Opera House di Sidney sottolinea l’evoluzione del capitalismo in un’era di “totalizzazione” – no totalitarismo – in cui l’architettura della grande città risponde alle necessità comunicative e formali. Dopo quasi quarant’anni, resta il monumento – per l’appunto – che meglio testimonia il passaggio ad un nuovo processo progettuale che vede la forma essere protagonista del progetto e la funzione divenire la tematica estesa che esplica il rapporto con la città.

La nascita della quarta generazione

Giedon ha definito Utzon un architetto di “terza generazione”, precursore di personaggi contemporanei che a partire dagli anni Novanta hanno riqualificato il territorio, i suoi luoghi più nascosti, abbandonati e travolti dai cambiamenti sociali della contemporaneità. In questo momento si formano gli architetti – potremmo dire – della quarta generazione, che tendono a formalizzare in ogni senso l’architettura come mezzo di comunicazione. In tali casi, la perfezione della materialità si ottiene con una tecnologia che avanza e cambia; e le funzioni sono ancor secondarie, poiché primario è il linguaggio della forma. 

L’idea di non descrivere le opere contemporanee deriva dal bisogno di cominciare un dibattito aperto, così da poterne aggiornare i contenuti.

Spain, Basque country, San Sebastian (Donostia). The comb of the wind (Peine del viento) sculptures of Eduardo Chillida

[1] Michael Asgaard Andersen, Jorn Utzon. Drawings and Buildings, Papress,

Ilia Celiento / Rubén Pérez

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